La Fondazione Agnelli torna a proporre alcuni risultati della sperimentazione “Osservazioni in classe”, condotta diversi anni fa in collaborazione con l’ INVALSI, i cui esiti erano in parte stati anticipati nel 2017  e da noi già commentati. Le ulteriori “elaborazioni e interpretazioni dei dati” proposte oggi, di poco si discostano da quelle di allora e sono state riprese e amplificate da quotidiani, trasmissioni radio, riviste di settore. Persino da Vanity Fair. Come potete immaginare, il quadro che emerge dal racconto è desolante. Giudizi sommari e generici, privi di qualsiasi analisi dei metodi utilizzati, ripetuti acriticamente e senza che sia lasciato alcuno spazio alle posizioni di chi dissente. I soli nomi di Fondazione Agnelli e INVALSI bastano a fornire il crisma di scientificità e indiscutibilità a numeri e percentuali. Questi sarebbero frutto di una ricerca “scientifica” basata su una valutazione “oggettiva”, corroborata da criteri quantitativi che non ammetterebbero obiezioni. Senza tornare sui dettagli della metodologia utilizzata per dare “le pagelle agli insegnanti” – in un momento quanto mai propizio, che politicamente serve a fiancheggiare le riforme previste dal Recovery Plan – vale la pena riportare l’attenzione sulle caratteristiche del “buon insegnante”, che emergono dal “manuale” del (buon) osservatore, elaborato dall’INVALSI. Si capisce allora che i criteri utilizzati per dare i voti ai docenti hanno un tale margine di soggettivismo, se non di arbitrarietà, da non corrispondere affatto a quella valutazione oggettiva che ci viene raccontata. Diciamo piuttosto che si fa valere il principio d’autorità che, quando a parlare sono Fondazione Agnelli, INVALSI o Associazione Nazionale Presidi, conta sempre. Meno se a esprimersi sono i docenti, che in classe ci stanno veramente. (Link)

E’ tutta una lode alle “competenze”, una richiesta coram populo di politici “competenti” con cui rimpiazzare quelli che da un po’ di tempo ci governano e che sono tacciati di incapacità, imperizia, approssimatività e soprattutto di “incompetenza”; è sulle “competenze”, infine, che si vuole riplasmare la formazione scolastica e, fra poco, anche quella universitaria. Nel tripudio di gioia per il futuro governo dei competenti che verrà, traghettato da Mosé-Draghi, pochi hanno abbozzato una riflessione su cosa significa competenza e come essa sia sfuggente e difficile da trovare e praticare. (leggi)

In questi tempi particolari si corre il rischio di dimenticare la dimensione dell’universale. Un’infinità di singoli cambiamenti stanno trasformando la lezione e ognuno di essi sembra avere la propria ragione in sé. Ma considerarli in modo autoreferenziale è un grave errore, perché essi stanno cambiando non solo la lezione ma tutto il discorso educativo, prefigurando scenari chiarissimi. Questo scritto tenta di riflettere sulle singole trasformazioni che sta subendo la lezione scolastica in questi tempi di pandemia per coglierne le implicazioni nella dimensione universale dell’educazione. Che cosa appare? (leggi)

L’appello a modificare il calendario scolastico, sostenuto tra gli altri da Andrea Gavosto, Carlo Cottarelli, Paolo Sestito, Daniele Checchi e Roberto Maragliano, sembra aver trovato sponda negli ambienti ministeriali. La proposta di recuperare tempo in presenza prevede lo spostare in avanti la chiusura dell’anno scolastico redistribuendo i periodi di riposo, con pause invernali o primaverili più lunghe. Ciò lascerebbe immutato il numero complessivo di giorni di scuola, tra i più alti d’Europa, guadagnando giornate estive da svolgere in presenza, in un quadro sanitario probabilmente meno severo. La mossa di occupare l’estate di docenti e studenti -adesso giustificata in nome dell’uguaglianza- è sempre di grande impatto presso l’opinione pubblica. In periodi di emergenza, poi, suona come un “risarcimento” da parte di un’istituzione inefficace – la scuola – e dei suoi lavoratori “privilegiati”. Supporre che esista un tempo perso da recuperare significa avvalorare l’idea di insegnanti e studenti perennemente in debito nei confronti della società, alla rincorsa di obiettivi mai raggiunti: migliori standard didattici, per i docenti; precisi risultati di apprendimento, calcolabili rispetto a traguardi immediati, per gli studenti. Pensare di dover restituire il tempo perduto non è un fatto di semplice buon senso: interpella la nostra idea di scuola e le sue finalità. (leggi)

In questi mesi, non volendo essere usata dalle piattaforme proprietarie raccomandate per la teledidattica, ho sperimentato alternative libere, e, fra queste, sia i sistemi di teleconferenza basati su Jitsi di iorestoacasa.work, sia, direttamente, quelli offerti da uno dei suoi partecipanti, il GARR.

Non potendo permettermi altro, ho provato solo quanto messo gratuitamente a disposizione per far fronte all’emergenza pandemica: e mi sono resa conto che, in Italia, non avrei potuto trovare niente di meglio dei servizi del GARR, di cui tuttavia nessuno o quasi sembrava aver sentito parlare.

E però, se lavoriamo all’università o in un ente di ricerca, GARR, anche se ne ignoriamo il nome e l’esistenza, è il terreno che abbiamo sotto i piedi: è infatti sia la rete che ci connette sia, e soprattutto, chi la gestisce: “GARR è la rete nazionale a banda ultralarga dedicata alla comunità dell’istruzione e della ricerca. Il suo principale obiettivo è quello di fornire connettività ad alte prestazioni e di sviluppare servizi innovativi per le attività quotidiane di docenti, ricercatori e studenti e per la collaborazione a livello internazionale.

La rete GARR è ideata e gestita dal Consortium GARR, un’associazione senza fini di lucro fondata sotto l’egida del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. I soci fondatori sono CNR, ENEA, INFN e Fondazione CRUI, in rappresentanza di tutte le università italiane.”

Del GARR vale la pena leggere sia le condizioni di privacy generali, qui, sia quelle proposte, qui, per il servizio di cloud. I dati personali che raccoglie sono ridotti al minimo; e, soprattutto, nessuno dei suoi utenti viene profilato a scopo di manipolazione, pubblicitaria o d’altro genere. (leggi)