Dietro le apparenze, l’autonomia differenziata sembra essere parte di un più generale processo di costruzione di una Europa (e di un’Italia) “a due velocità”. Le regioni italiane con il PIL più elevato vogliono competere alla pari con le regioni più ricche e produttive d’Europa, senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere (contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per citarne alcuni), disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al trattenimento in loco di una parte consistente del gettito fiscale. In Francia, una recente riforma ha ridotto il numero delle regioni da 22 a 13. Le regioni troppo piccole o poco popolate avevano bisogno di raggiungere “una dimensione adeguata alle sfide economiche e di mobilità”, tale da consentire “di competere con le collettività simili in Europa“. Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la Baviera e, guarda caso, la Lombardia. Al di là delle indubbie e anche notevoli differenze, riforma regionale francese ed autonomia differenziata compongono un quadro sostanzialmente unitario. Chi legga con attenzione le bozze di intesa dell’autonomia differenziata trova ben pochi riferimenti di tipo identitario e molta governance, efficienza amministrativa, crescita economica, sinergia con le imprese, promozione dell’innovazione. Il dibattito sull’impatto potenzialmente devastante di una regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo piano questo punto, il quale ci offre, in realtà, la chiave di volta di tutto l’edificio. A ben vedere, anche la gestione dell’istruzione e della ricerca risponde alla necessità di formare manodopera per le aziende del territorio. In questa corsa spietata, l’Italia è percepita dalle regioni ricche come un carrozzone troppo lento ed ammaccato, per riuscire a tenere il passo con i bolidi del Nord Europa, loro naturale punto di riferimento. Il resto è folklore, una caramella dal gusto vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici dei dialetti e dei sapori perduti. (link)

Si precisa sempre meglio il modello di “scuola veneta”. La Regione e l’Ufficio scolastico provinciale hanno organizzato corsi di “Formazione aziendale” per insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado. Le finalità culturali e di aggiornamento per i docenti sono “entrare pienamente nel sistema produttivo veneto”, “migliorare la conoscenza sul campo delle imprese venete”, farsi “conoscere e apprezzare”. Il tutto realizzato con l’avallo di CGIL, CISL e UIL che hanno firmato il protocollo d’intesa sulla base del quale è realizzata l’iniziativa. (Link)

La catastrofe della Scuola

L’eliminazione della tradizionale traccia di storia dalla prima prova dell’esame di Stato ha sollecitato alcuni intellettuali a pubblicare un appello preoccupato per la decadenza della cultura storica in Italia. Ne è seguita un’audizione alla Commissione Istruzione Pubblica – Beni Culturali del Senato, nella quale il prof. Settis ha pronunciato un’appassionata apologia degli studi storici come pilastri della sovranità della nazione e della libertà del cittadino, e il prof. Serianni, responsabile dell’ultima versione della prima prova dell’esame di Stato, ha smentito che nella nuova formula dell’esame la storia è addirittura ‘privilegiata’. L’opinione del prof. Settis si nutre della fiducia che la Costituzione sia restata un rocher de bronze. In realtà in questi anni la Costituzione non ha potuto difendere la scuola italiana quando la riforma l’ha trasformata in scuola europea, quando cioè essa è stata sganciata dallo Stato e agganciata agli organismi internazionali in un processo che ha preso il falso nome di attuazione dell’autonomia scolastica. Proprio dall’autonomia deriva la stessa regionalizzazione del sistema scolastico che il prof. Settis paventa e accusa di anticostituzionalità. (link)

Comunicato Associazione Luca Coscioni – Abolire l’ora di religione e sostituirla con un’ora obbligatoria di educazione civica; chiedere formalmente alla CEI di avviare la procedura per modificare i criteri arbitrari con cui viene eseguita la ripartizione della quota “non destinata” dell’otto per mille (circa la metà del totale); rivedere – per renderle efficaci – le norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa Cattolica ed intraprendere un’azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando l’ICI non pagata in passato. (leggi)

Grande successo per la petizione indirizzata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Oltre 30.000 firme raccolte online, attraverso la piattaforma https:// www.change.org/p/giuseppe-conte-stipendi-più-alti-per-gli-insegnanti, e in tutte le scuole d’Italia. Ha riscosso grande successo la petizione promossa dalla Gilda degli Insegnanti, e indirizzata al presidente del Consiglio Giu- seppe Conte, per chiedere lo “scongelamento” dello scatto di anzianità del 2013 e l’aumento degli stipendi dei docenti. L’iniziativa si è conclusa il 6 giugno 2019 con la consegna delle sottoscrizioni alla presidenza del Consiglio.

Il numero elevato di adesioni è una spia inequivocabile del disagio e del malcontento che serpeggia tra gli insegnanti e della loro voglia di riscatto. Come evidenziato dai dati elaborati dal Centro Studi Nazionale della Gilda degli Insegnanti, in 10 anni le retribuzioni dei docenti italiani sono calate mediamente del 7% rispetto all’andamento dell’inflazione. Tradotto in altri termini, ciò significa che dal 2007 a oggi gli stipendi sono diminuiti di circa 170 euro lordi.

La significativa riduzione del potere di acquisto ha provocato una sostanziale diminuzione anche del prestigio sociale dei docenti.
Le buste paga sempre più leggere hanno portato gli insegnanti a diventare fanalino di coda non soltanto nell’impietoso confronto con i colleghi degli altri Paesi europei, ma anche con tutti gli altri dipendenti pubblici italiani.

Per cambiare questa situazione indecorosa, occorre recuperare la progressione di carriera scippata nel 2013. Bisogna, inoltre, investire maggiori risorse nel rinnovo del contratto, a partire dalle somme stanziate dalla legge 107/2015 per il bonus merito che non serve per premiare davvero i bravi insegnanti”.

Ci auguriamo che il presidente del Consiglio, il quale ha già dimostrato sensibilità e apertura verso questo tema impegnandosi in prima persona con l’accordo siglato lo scorso 24 aprile con i sindacati rappresentativi della scuola, presti ascolto alle richieste di chi ogni giorno lavora per formare l’Italia del futuro e alle quali dà voce la nostra petizione.