Poiché la realtà si manifesta solo alla conoscenza disinteressata, acquisirla è il fine essenziale della scuola. Insensibile al significato della teoresi, il recente libro ‘Nello specchio della scuola” del ministro Bianchi si mantiene fedele alla riforma dell’autonomia scolastica e alla dispersione dei compiti della scuola tra addestramento al lavoro esecutivo, indottrinamento ideologico e dilettantismo ricreativo. Non la preoccupazione per il disastro della scuola, ma quella per la crisi dell’economia italiana lo induce a invocare come panacea didattica un aumento di spesa in suo favore; infatti non rinuncia al progetto assurdo di ridurre di un anno l’istruzione secondaria e imputa i dati orribili sull’ignoranza degli alunni italiani alla didattica del Novecento, nonostante la sua antica estinzione. Dalle pagine del suo libro esce così assolta l’autonomia scolastica, una rivoluzione dall’alto contro lo spirito della scuola che, discacciatene le discipline, ha dapprima voluto trasformarla in una congerie di istituti professionali legati alle economie locali e infine l’ha ridotta a un’azienda per l’erogazione di servizi assistenziali. Ripromettersi il miglioramento della scuola conservandovi la causa del male, l’autonomia, è un controsenso. (leggi)

Il Piano Scuola per l’estate del Ministro Bianchi rischia di essere un fallimento annunciato. Dei 510 milioni previsti, la fetta più grossa, 320 milioni, dipende dalla partecipazione delle scuole ai bandi europei PON, i quali non sono certo una novità, trattandosi di risorse stanziate per il periodo 2014-2020. Ai progetti che verranno approvati dovranno corrispondere precisi moduli classe, che coinvolgeranno dai 9 ai 20 alunni . Ogni scuola avrà in media diritto al massimo a tre moduli, ciascuno per complessive trenta ore. Quindi: per un istituto comprensivo di 1200 alunni gli studenti coinvolti potranno essere non più di 60-70 alunni. Forse le scuole secondarie di secondo grado avrebbero preferito dirottare questi soldi al rinforzo degli edifici scolastici, o all’acquisto di tecnologie adeguate per la ripresa dell’anno scolastico a settembre in sicurezza. Dove invece l’adesione potrebbe essere alta, nel primo ciclo, ci sarà l’oggettiva impossibilità di offrire risposte generalizzate, visto che i progetti potranno essere rivolti ad una platea limitatissima. (leggi)

Sbaglia, afferma Giorgio Vittadini in due recenti editoriali, chi pensa che il nuovo curriculum dello studente rappresenti solo “un ulteriore pezzo di carta”. Si tratta, in realtà, “di una piccola rivoluzione”, di un “seme destinato a produrre preziosi frutti in futuro”: finalmente ”alla Maturità il voto al carattere”, ovvero la prima formalizzazione e il primo riconoscimento in ambito scolastico delle character skills, qualità come l’auto-controllo, la perseveranza, l’ottimismo, la resilienza. Del curriculum dello studente sono stati già discussi i tanti aspetti problematici, ma Vittadini qui solleva un punto differente. Pone l’attenzione sulle attitudini, sui tratti del “carattere” degli studenti e li mette in relazione al raggiungimento di obiettivi e prestazioni a breve termine. Ci informa che: “all’incremento di un punto nella stabilità interiore ..corrisponde un aumento di 12 punti sul voto Invalsi”; che “la mancanza di responsabilità per i propri risultati, al contrario, corrisponde ad un incremento di 5 volte in negativo sul voto Invalsi”. Il “voto INVALSI” di cui ci parla è l’esito dei test standardizzati che oggi certificano le competenze individuali di tutti gli studenti italiani, che dovrebbero rientrare in una specifica sezione del curriculum dello studente. Tutto si tiene, dunque. Chi ha fede nelle misurazioni standardizzate delle competenze individuali svolte dall’istituto INVALSI, può evidentemente credere di matematizzare e misurare anche ogni caratteristica dell’umano, per poi metterla in relazione con prestazioni cognitive o interventi educativi. Se può sembrare accettabile l’idea che la scuola debba mirare all’emancipazione culturale e alla maturazione dello studente inteso come persona, nella sua complessità, qui si tratta di un’operazione diversa e molto pericolosa. Si tratta di pre-definire e pre-figurare le caratteristiche dello studente “vincente”, che dovranno poi essere oggetto di interventi educativi, oltre che supportati da certificazioni di varia natura. Ecco che allora il curriculum diventa anche qualcos’altro: un “Certificato del buon cittadino”, che accerta il suo grado di docilità agli interventi e alle sollecitazioni sistemiche del modello economico sociale in cui è chiamato ad inserirsi. (Leggi)

La Fondazione Agnelli torna a proporre alcuni risultati della sperimentazione “Osservazioni in classe”, condotta diversi anni fa in collaborazione con l’ INVALSI, i cui esiti erano in parte stati anticipati nel 2017  e da noi già commentati. Le ulteriori “elaborazioni e interpretazioni dei dati” proposte oggi, di poco si discostano da quelle di allora e sono state riprese e amplificate da quotidiani, trasmissioni radio, riviste di settore. Persino da Vanity Fair. Come potete immaginare, il quadro che emerge dal racconto è desolante. Giudizi sommari e generici, privi di qualsiasi analisi dei metodi utilizzati, ripetuti acriticamente e senza che sia lasciato alcuno spazio alle posizioni di chi dissente. I soli nomi di Fondazione Agnelli e INVALSI bastano a fornire il crisma di scientificità e indiscutibilità a numeri e percentuali. Questi sarebbero frutto di una ricerca “scientifica” basata su una valutazione “oggettiva”, corroborata da criteri quantitativi che non ammetterebbero obiezioni. Senza tornare sui dettagli della metodologia utilizzata per dare “le pagelle agli insegnanti” – in un momento quanto mai propizio, che politicamente serve a fiancheggiare le riforme previste dal Recovery Plan – vale la pena riportare l’attenzione sulle caratteristiche del “buon insegnante”, che emergono dal “manuale” del (buon) osservatore, elaborato dall’INVALSI. Si capisce allora che i criteri utilizzati per dare i voti ai docenti hanno un tale margine di soggettivismo, se non di arbitrarietà, da non corrispondere affatto a quella valutazione oggettiva che ci viene raccontata. Diciamo piuttosto che si fa valere il principio d’autorità che, quando a parlare sono Fondazione Agnelli, INVALSI o Associazione Nazionale Presidi, conta sempre. Meno se a esprimersi sono i docenti, che in classe ci stanno veramente. (Link)

E’ tutta una lode alle “competenze”, una richiesta coram populo di politici “competenti” con cui rimpiazzare quelli che da un po’ di tempo ci governano e che sono tacciati di incapacità, imperizia, approssimatività e soprattutto di “incompetenza”; è sulle “competenze”, infine, che si vuole riplasmare la formazione scolastica e, fra poco, anche quella universitaria. Nel tripudio di gioia per il futuro governo dei competenti che verrà, traghettato da Mosé-Draghi, pochi hanno abbozzato una riflessione su cosa significa competenza e come essa sia sfuggente e difficile da trovare e praticare. (leggi)